14/03/2013 – day 27
HO CHI MINH CITY (SAIGON)

Cibo da strada @Ho Chi Minh CityQualche deliziosa ciambella trovata in un angolino nascosto della città e siamo pronti per buttarci a capofitto alla scoperta di questa nuova cultura. Oggi partiamo prevenuti; la truffa del taxista di ieri ed il racconto del nostro compagno di colazione su come gli hanno rubato il cellulare da sotto il naso sono sufficienti. Portafoglio nelle mutande con giusto qualche dollaro per la giornata, cellulare ben nascosto, braccio saldamente sulle borse, macchina fotografica incollata alla mano e il resto al sicuro (speriamo) nella guest-house (Ngan Tuan Hotel) strategicamente posizionata proprio al centro del District 1.

Saigon, la sconfitta. Saigon, la perdente. Saigon, la distrutta.
La città più grande del Vietnam, situata nella parte meridionale dello stato, ai tempi della Guerra del Vietnam era conosciuta come Saigon ed era la roccaforte delle forze meridionali alleate agli statunitensi.War Remnants Museum @Ho Chi Minh City
Quando il 30 Aprile 1975 i carri armati dei Viet Cong varcarono i cancelli del Presidential Palace (oggi Reunification Palace) più di 15 anni di conflitti terminarono, vedendo vittoriose le forze comuniste che decisero di rinominare questa cittadina Ho Chi Minh City in onore del loro vittorioso comandante.

Oggi questa città verde, moderna e caotica non fatica a nascondere il tremendo passato, anche se molti vi sono ancora fortemente legati ed il loro cuore batte ancora per Saigon.
Tutto quello che riguarda la guerra del Vietnam è racchiuso tra le mura del War Remnants Museum.
City Hall @Ho Chi Minh CityGli aerei, le armi, le bombe, le celle, le fotografie. Tutto molto vero, forte e toccante; soprattutto quelle immagini che mostrano senza scrupoli i danni passati ed odierni delle tonnellate di bombe chimiche alla diossina sganciate dagli americani su questi territori.
Il museo è molto interessante, anche se ci ha dato l’impressione di essere un po’ troppo di parte incolpando ed accusando di tutti gli eventi solamente gli Stati Uniti, senza raccontare oggettivamente la storia.
Se siete appassionati di fotografia, non perdetevi Requiem la mostra dove sono esposte le opere dei fotografi di guerra morti sul campo di battaglia in Vietnam, tra cui l’ultimo rullino dell’incredibile Robert Capa.

Paragonata ad altre città asiatiche, Ho Chi Minh City ha veramente una marcia in più.
Le zone principali della città sono Pham Ngu Lao patria dei giovani backpackers casinari, degli alloggi economici, delle birre bevute sui marciapiedi, del cibo da strada e del divertimento fino alle prime ore del mattino e Dong Khoi zona dai gusti più eleganti e raffinati con i suoi hotel a 5 stelle, i grattacieli, i negozi d’alta moda ed i ristoranti rinomati.
La gente a Saigon è viva e popola le strade, i parchi e soprattutto il mercato. Quest’ultimo, a differenza di molti visitati precedentemente, è più tranquillo, caratteristico ed i venditori sono meno pressanti. Il Traffico @Ho Chi Minh CityBen Thanh Market è caratterizzato dal fatto che i banchetti della stessa cateoria di prodotti sono attaccati l’uno all’altro, rendendo così facile per il turista confrontare i prezzi assurdi. Infatti, se c’è una cosa da ricordarsi quando si entra qua dentro è contrattare. I prezzi esposti sono almeno tre volte il loro valore normale, quindi occorre stare bene attenti a non cadere nella loro trappola.

CONSIGLIO: Il traffico ad Ho Chi Minh City è probabilmente il peggiore di tutta l’Asia. Non esistono divieti, precedenze e nessuno si ferma ai semafori. Nemmeno se siete sulle strisce pedonali siete al sicuro; nessuno si ferma a darvi la precedenza e bisogna costantemente guardare a destra e a sinistra per schivare i motorini che arrivano sfrecciando da ogni angolo.

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13/03/2013 – day 26
BENVENUTI IN VIETNAM

Oggi ci tocca un altro passaggio di confine.
Ci siamo scottati per bene nell’ultimo tra Thailandia e Cambogia e questa volta non c’è santo che tenga…deve andare tutto liscio!

Nessuna agenzia, nessun intermediario. Abbiamo prenotato direttamente all’ufficio centrale della Sorya Transport, la compagnia suggerita dalla Lonely Planet, che per 10$ a testa ci ha portato dalla capitale cambogiana (Phnom Penh) ad Ho Chi Minh City, in Vietnam.
Il viaggio è stato decisamente lussurioso rispetto ai nostri standard: sedili comodi e reclinabili,  bottigliette d’acqua, salviette rinfrescanti e un’ irritante musichetta cambogiana di sottofondo accompagnata a tempo dall’autista con il clacson veramente molto facile.

Un benvenuto più caloroso non potevamo aspettarcelo: un sole caldo ma non troppo, un venticello fresco che ci ha ravvivato i capelli stropicciati dal sedile,  il cinguettio degli uccellini, un gustoso cocktail analcolico guarnito da una fetta d’ananas ed un gentilissimo facchino che sventolava un cartello con il nostro nome, che si è prontamente caricato in spalla quella tonnellata di roba che ci stiamo portando dietro da ormai un mese e ci ha accompagnato nel più bel hotel della città.

Le immancabili urla dell’autista guarnite dall’assordante rumore del diluvio universale ci risvegliano dal sogno e ci riportano alla realtà.
Attorno a noi è la guerra. Gente inpanicata che ancora mezza addormentata cerca di ritrovare scarpe e bagagli a mano. Fuori sta piovendo come se non avesse piovuto da trent’anni ed il traffico è qualcosa di inimmaginabile. L’ autista, decisamente sciroccato dalle 10 ore di guida senza sosta, sta già lanciando gli zaini fuori dal bagagliaio ammassandoli giustamente sotto la pioggia battente. E questo ci lascia poche scelte: o lasciare il tutto galleggiare in una pozza fetida o scendere in fretta e furia e andarli a recuperare.
Ma appena tocchiamo il suolo vietnamita ci accorgiamo che come nel sogno di poco fa,  effettivamente il nostro facchino personale ci sta aspettando. Non è simpatico, non è bello e non sventola un cartello con il nostro nome, ma si è già caricato in spalla i nostri zaini e ci indica con un cenno della testa il suo taxi a 5 metri di distanza
Siamo stanchi, non abbiamo la minima idea di dove sia l’hotel, siamo spolti e come in una di quelle torture viste nei film, ogni goccia che ci casca in testa è pesante come un macigno; così accettiamo il passaggio e  che la truffa abbia inizio.

Dopo neanche 30 secondi e dopo aver già rischiato due incidenti, ecco che parte la recita del copione:
“Avete i soldi vietnamiti?”
“No, ma ti possiamo pagare in dollari.”
“No, no, no. Vi porto a scambiarli”

Eravamo pronti a questo. Abbiamo letto che i taxisti da queste parti sono soliti portarti a sportelli di cambio da cui prendono delle mazzette e che applicano tassi ridicoli, ma non era questo il caso; la truffa era molto più sottile ed articolata.
Scendiamo, scambiamo i soldi al tasso corrente (1USD = 21000 VND) e nel giro di un minuto siamo nuovamente nel taxi dove auto-magicamente ci accorgiamo che il tassametro è passato da 60.000 (3$) a 600.000 (30$), per un tempo di viaggio totale di neanche 3 minuti.

L’autista si è accorto che avevamo mangiato la foglia e dopo 100 metri si è fermato dicendoci: “Siete arrivati, il vostro hotel è in una strada a senso unico da quella parte e non vi ci posso portare (balla clamorosa). Sono 600.000 VND”.
Naturalmente è scoppiata la lite tra due italiani che odiano farsi fregare ed un maledetto ladro vietnamita.
In questi casi bisogna stare molto attenti perché non si sa mai come possa reagire l’altra parte e può succedere veramente di tutto. E’ sempre meglio rimanere calmi e cercare un patteggiamento (tipo per 10$ come nel nostro caso), lasciandogli un bel vaffanculo come mancia.
Benvenuti in Vietnam!!!

CONSIGLIO : Il Vietnam è la madre di tutte le truffe in Sud Est Asia. Fortunatamente abbiamo fatto scuola nelle scorse settimane e ci siamo arrivati preparati, ma se questa è la vostra prima destinazione siate veramente allertati e prendete ogni precauzione per proteggervi!

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12/03/2013 – day 25
PHNOM PHEN

Tuol Sleng @CambogiaLa capitale dalla Cambogia non è una bella città: le strade sono sporche, il traffico è caotico, lo smog è asfissiante, la gente è disonesta, le differenze sociali all’estremo, i ristoranti popolati di ratti grossi come gatti e le notti sono buie e pericolose; ma è uno di quei posti che non può assolutamente mancare nel vostro itinerario in Cambogia.

Lungo le strade e nei volti delle persone che abitano questa città è ancora riflesso il terribile periodo di dittatura del Khmer Rouge, tra il 1975 e il 1979, che ha trasformato la città in un immenso campo di concentramento.
Tutta la popolazione venne deportata nelle campagne e costretta ai lavori forzati. Le scuole ed i luoghi di culto vennero banditi e trasformati in prigioni dove chiunque venisse ritenuto Tuol Sleng @Cambogiacontrario al regime veniva imprigionato, torturato fino ad ottenere una disperata falsa confessione e conseguentemente mandato a morte.
Di questo periodo resta una cruenta testimonianza al museo Tuol Sleng. Originariamente nata come scuola superiore, venne poi stata trasformata nella peggiore prigione di tutta la Cambogia e rinominata S-21.
Il filo spinato, le celle, gli strumenti di tortura, le fotografie delle vittime, le tombe, i teschi. Tutto reale e tutto forte. E’ addirittura possibile ascoltare le testimonianze dal vivo di uno dei soli 7 sopravvissuti.

Per completare la visita  è possibile recarsi al Killing Fields Choeung Ek, un gruppo di fosse comuni a 15 km dalla città, dove i condannati a morte venivano trasportati per essere Tuol Sleng @Cambogiaeseguiti, spesso con metodi brutali. Le cifre parlano di 2 milioni di persone in 3 anni, su una popolazione di 8 milioni. Un massacro epocale che ha visto paragonare il comandante della Khmer Rouge, Pol Pot, a Hitler.
Seduti nel cortile di questa scuola, all’ombra di un gruppo di frangipani bianchi e circondati dal cinguettio degli uccelli è difficile spiegarsi tutto quest’odio e brutalità e viene spontaneo chiedersi come è possibile che tutto questo sia potuto succedere poco più di trent’anni fa.

CONSIGLIO: Nonostante tutto a Phenon Phen c’è spazio per un’ottima cena a base di specialità cambogiane e un paio di birre locali.
Se riuscite prenotate un alloggio al River Side, la zona più attiva della città.

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11/03/2013 – day 24
ATTRAVERSANDO LA CAMBOGIA

In bici @CambogiaL’impressione della Cambogia e dei cambogiani è stata assolutamente positiva.
Già subito dopo aver passato il confine avevamo trovato tanta povertà, ma allo stesso tempo sorrisi sinceri, disponibilità e un’immensa forza di volontà; e qui, come a Bali, sembra che il rapporto povertà/felicità sia inversamente proporzionale.

Nei giorni passati a Siem Reap, abbiamo potuto conoscere più da vicino questa cultura e ci è sembrata splendida.  Come ben sapete, abbiamo scelto di esplorare la zona di Angkor in bicicletta e non siamo passati inosservati. Molti ci guardavano sorpresi, ogni sorpasso spesso si trasformava in una gara e terminava in una risata stremata. Ogni bambino che incrociavamo rientrare in bici da scuola aveva sempre un sorriso gentile per noi che provavamo ad immedesimarci nella loro quotidianità.

Oggi abbiamo lasciato Siem Reap in direzione di Phnom Phen, la capitale della Cambogia, ed appena ci siamo addentrati nella campagna tutto è cambiato.Case @Cambogia
Mucche rinsecchite pascolano su campi aridi ed infiniti, mentre contadini scheletrici falciano il fieno a mano. Le abitazioni si riducono a poco più che palafitte di legno circondate da bambini nudi che giocano nelle pozzanghere.
Le differenze sociali in Cambogia sono forti ed evidenti.
Vi potrebbe capitare di vedere una capanna con il tetto in paglia e le mura fatte di assi di legno spaiate che condivide il recito con una villa con piscina, o magari vedere una lattina lanciata fuori da una Ferrari rossa fiammante e prontamente raccolta da qualcuno che spinge un carretto di legno e che la riconsegnerà in discarica per recuperare la cauzione.

Mangiando cavallette @CambogiaI villaggi rurali che abbiamo attraversato sono qualcosa di irreale: strade polverose invase da un traffico folle e da mercati al limite della decenza, dove ognuno vende quello che ha o quello che può.
Spulciando tra i banchetti potreste imbattervi in una signora che vende insetti fritti e nonostante sappia benissimo che non li comprerete mai, ve ne offre uno. E’ tutto quello che ha, è il mezzo del suo sostentamento, ma comunque ve lo regala.
Voi siete scettici e non lo mangereste mai, ma come se foste suo figlio ve ne dimostra la bontà mangiandone uno e ve ne porge un altro come invito.  Lo guardate, pensate, non lo volete, lo riguardate, pensate nuovamente, lo restituite, ma vedete i suoi occhi rattristarsi e con un movimento veloce ed insensato lo mettete in bocca e masticate.  La vostra faccia deve essere strana, perché lei scoppia in una grassa risata e voi rispondete con un sorriso mentre apprezzate questa croccante e saporita specialità.

CONSIGLIO: Anche se la curiosità potrebbe spingervi ad addentravi nella campagna cambogiana, evitate. Nei campi sono ancora presenti numerose mine anti-uomo inesplose e la vostra avidità di sapere potrebbe costarvi la vita.

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10/03/2013 – day 23
GLI ANGELI DI ANGKOR

@Templi di AngkorUn’altra giornata dedicata all’esplorazione di Angkor e dei suoi templi.
Sempre a bordo delle nostre biciclettine sgangherate ci siamo avventurati lungo lo Small Circuit, il percorso consigliato se si hanno a disposizione solo un paio di giorni e che tocca tutte le attrazioni principali.
Il tempio più famoso che abbiamo visitato oggi è stato Ta Prohm usato come location per le avventure di Lara Croft nel film Tomb Raider. Una volta varcato l’ingresso, quello che lascia stupefatti è vedere alberi secolari arrotolarsi attorno alle mura del tempio quasi con l’intenzione di abbracciarlo.  Purtroppo, sempre a causa delle caratteristiche piante, molte parti stanno cedendo e siccome non possono permettersi di perdere un’attrazione così importate, ad oggi questo tempio è un ammasso di cantieri che lavorano duramente per consolidarne e ripristinarne le strutture. L’accesso è sempre possibile, ma le ruspe ed i muratori con l’elmetto non trasmettono tutta questa spiritualità e indubbiamente rovinano l’atmosfera che queste mura verdastre dovrebbero trasmettere.Buddha @Templi di Angkor

Lasciando la visita dei templi a parte, oggi qualcosa ci ha obbligati a fermarci e riflettere; stiamo parlando dei bambini di Angkor.
Fuori da ogni attrazione principale ci sono sempre decine e decine di bimbi sporchi e scalzi che con gli occhioni lucidi si avvicinano e ti supplicano di comprare qualcosa da un vassoio che portano legato al collo con una cordicella.
Tutto quello che vendono costa un dollaro e nonostante abbiamo si e no 5 anni capiscono e parlano un buon inglese, hanno la costanza dei migliori venditori e conoscono tutti i trucchi del mestiere per convincerti ad aprire il portafoglio. Probabilmente è tutto costruito, una macchina da soldi ben oliata, e nonostante difficilmente riescono a vendere qualcosa speriamo che questa sera ci sia comunque per loro una doccia e qualcosa di caldo da mangiare.
Solitamente per non essere fregati dalla compassione li ringraziamo senza neanche guardarli e cerchiamo di scappare il più in fretta possibile. Oggi invece ci siamo sfidati, abbiamo messo alla prova la nostra forza d’animo e ci siamo presi il tempo di affrontare questa triste realtà cercando di regalargli qualcosa, se non altro 10 minuti di serenità.
Ci siamo appositamente seduti a mangiare in un banchetto di frutta a due passi da loro e qualche istante più tardi, come immaginavamo, eccoci invasi da questi piccoli mostriciattoli che nel giro di qualche secondo ci avevano già proposto di tutto, mandandoci in fumo le orecchie.
Ta Prohm @Templi di AngkorAbbiamo iniziato a interagire con loro condividendo la merenda, ci siamo presentati, gli abbiamo chiesto i loro nomi ed abbiamo iniziato a scherzare facendogli qualche smorfia e boccaccia. Ed eccoli riporre quello che avevano in mano, spostare il vassoio dietro la schiena ed iniziare a giocare con noi, dimenticandosi per qualche istante del loro scopo iniziale…il loro lavoro.
E’ tristissimo vedere queste piccole creature lavorare tutto il giorno sotto un sole micidiale ed in mezzo ad una polvere asfissiante invece di godersi la loro infanzia; ma vederli giocare e sorridere riempie il cuore e si vorrebbe stare con loro tutto il giorno, se non altro per proteggerli dal mondo cattivo che li circonda.
Purtroppo è ora di lasciarli ed appena ci alziamo, ecco che come degli automi rincominciano insistenti con il loro mantra: “buy something sir?” come se non ci fosse altro, come se sapessero solo questo, come se la loro VITA fosse solo questo.

CONSIGLIO: Visitando i templi sarete costantemente circondati da persone che cercheranno in tutti i modi immaginabili di vedervi qualcosa o di ottenere l’elemosina. Cercate di non farvi prendere dal nervoso, lasciate da parte l’arroganza e rispondente soltanto con il sorriso migliore che avete.

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09/03/2013 – day 22
I TEMPLI DI ANGKOR

Angkor Wat@Templi di AngkorDopo il tremendo passaggio di confine di ieri siamo arrivati a Siem Reap, la bella cittadina che serve le migliaia di persone che quotidianamente visitano i Templi di Angkor, il più grande sito religioso al mondo. Nonostante ci sia tanta povertà e le strade asfaltate in alcune parti della città siano ancora un miraggio, la gente è molto gentile ed abbiamo avuto l’impressione che tutti qui siano felici e pieni di gioia di vivere.

I Templi di Angkor si trovano a circa 7 km a nord della città e sono così immensi da occupare una superficie di più di 400 km quadrati. Il modo migliore per visitarli è sicuramente con un mezzo motorizzato tipo i classici Tuk-Tuk (carrozze trainate da un motorino) e ne potete trovare a migliaia attorno ai templi disponibilissimi a portarvi  ovunque vogliate.Monaco @Templi di Angkor
Nonostante la vastità, le attrazioni principali sono racchiuse in un’ area molto più ristretta e munendosi di un po’ di buona volontà è possibile compiere una visita ad impatto zero in bicicletta. Questo vi renderà visitatori attenti all’ambiente, vi permetterà di prendervi il vostro tempo e magari anche d’incontrare persone o vedere luoghi che i frettolosi tuk-tuk si lascerebbero scappare.
Noi, a bordo delle biciclette messe a disposizione dall’hotel (Tropical Breeze Guesthouse), ci siamo divertiti come matti anche se il caldo cambogiano ci ha stremato ed a fine giornata ci siamo ritrovati qualche chilo di polvere rossa addosso ed un po’ troppo smog nei polmoni.

Siamo partiti visitando Angkor Wat, il tempio più grande, importante e meglio conservato. Talmente famoso che è diventato simbolo della Cambogia e si staglia al centro della bandiera nazionale. Anche il suo valore religioso non è da meno, per capirci potrebbe essere paragonato al vaticano per i cristiani.
Tra i suoi corridoi labirintici, le mura massicce e le torri imponenti convivono monaci, fedeli in preghiera, statue di Buddha contornate d’incensi ed uno stuolo di turisti da tutte le parti del mondo.
La tappa successiva riguarda il complesso di Angkor Thom e soprattutto della sua punta di diamante, il Bayon. Questo tempio non ha le stesse dimensioni di Angkor Wat, ma è altrettanto impressionante se non addirittura di più. E’ composto da 54 torri, ognuna delle quali ha 4 faccioni di pietra scolpiti su ogni lato. Qui si viene proprio per gironzolare e scoprirne tutti i 216 volti esplorando cunicoli bui e arrampicandosi su scale Bayon @Templi di Angkorripide e scivolose.
A poca distanza, giusto una breve passeggiata, ci sono altri due importanti monumenti: Baphuon Temple e Terrace of the Elephants. Per arrivare sulla sommità del primo è necessario arrampicarsi su scalini minacciosi ma la vista vale assolutamente la fatica, mentre Terrace of the Elephants  è un intrigante corridoio labirintico, alto una decina di metri, composto da un puzzle gigante di mattoni rappresentati migliaia di spiriti Apsaras.

L’imbrunire arriva presto da queste parti e dopo una giornata fatta di templi, preghiere e meditazioni è ora di un po’ di sana blasfemia.
Il posto giusto per lasciarsi andare in Siem Reap è Pub Street, dove si possono trovare locali di ogni tipo e per tutti i gusti.

CONSIGLIO: I biglietti per l’accesso ai templi si acquistano prima di raggiungere il sito, a circa tre chilometri da Angkor Wat e si tratta dell’unico punto vendita disponibile. I tickets sono dotati di una foto personale e vi verranno controllati all’ingresso di ogni tempio (20$ – 1 gg | 40$ – 3 gg | 60$ – 7 gg).

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08/03/2013 – day 21
AL FRONTE

Se c’è una cosa famosa tra i viaggiatori in Sud Est Asia è il passaggio di confine tra Thailandia e Cambogia, o più esattamente tra Aranyaprathet e Poipet. Queste due città sono separate da una specie di far-west: altrettanto polveroso e brutale, animato da personaggi senza scrupoli e dove non ci sono regole, o comunque chi dovrebbe farle rispettare è più immischiato degli altri.
Lonely Planet spreca pagine intere avvertendo e consigliando ed i forum di viaggi sono strapieni di storie dell’orrore dedicate a questa manciata di chilometri; ma come i loro predecessori ogni viaggiatore non riesce ad attraversare questo confine senza versare almeno qualche goccia di sudore e tutti arrivano dall’altra parte stremati, ma con qualche nuova avventurosa storia da raccontare.

Tramite un’ agenzia abbiamo acquistato il trasporto combinato Phuket ->Bangkok -> Confine -> Siem Reap al costo di 1200 bhat(40$) e nonostante sia una pratica ASSOLUTAMENTE SCONSIGLIATA a noi sembrava un prezzo troppo alto per essere una fregatura e comunque giusto per un giorno e mezzo di viaggio.
L’errore è stato pensare. In questi casi bisogna semplicemente seguire le istruzioni e scacciare dalla testa il: “… cosi si occupano loro di tutti i passaggi e noi non dobbiamo sbatterci!”. Solo al confine ci siamo resi conto di quanto tutti i blog e le guide avevano ragione… ma partiamo dall’inizio.

Il nostro viaggio è iniziato alle 19.00 di ieri con un bus notturno da Phuket a Bangkok sorprendentemente perfetto; a parte l’alcolizzato finlandese sedutoci accanto che non ha fatto altro che bere per tutto il viaggio e tenere il pullman sveglio con le sue canzoncine ed il tremendo tanfo di birra. La sveglia ce l’ha data l’autista alle 5.00 del mattino con quattro urla ed un calcio in culo con il quale ci ha scaricato davanti ad un’ agenzia di viaggi chiusa, che avrebbe aperto solo alle 7.00. Dov’è il problema, si continua a dormire per strada.
Verso le 8.00 un altro paio di occhi a mandorla ci raccolgono con un pulmino che ci dovrebbe portare fino al confine Thailandese. A bordo altre “vittime” provenienti da tutto il mondo tra cui due ecuadoriani, che più avanti nella giornata sarebbero diventati i nostri compagni di battaglia.
L’autista è stranamente silenzioso, come una di quelle persone costretta a fare una cosa che non vuole e non prova nemmeno a guardarci in faccia perché sa che tra poco diventerà il nostro peggior nemico.
Nonostante quattro soste a far benzina nell’arco di 200 km (ovviamente con lo scopo di farci comprare dai suoi amici) arriviamo a 5 kilometri dal confine senza problemi, quando il pulmino si ferma nuovamente e parcheggia in retromarcia dentro ad un vialetto.
Ecco, ci siamo, si sta avverando tutto quello che abbiamo cercato di evitare ed inspiegabilmente il cuore inizia a sobbalzare, come allertato.
Una banda di soggetti si avvicina con un sorriso a 32 denti, apre il portellone e con tutte le cure del caso ci accoglie invitandoci a sederci ai tavolini e prendere qualcosa da bere o mangiare che nel frattempo avremmo sbrigato tutte le pratiche per passare la frontiera.
Le insegne dicono che ci troviamo nella sede dell’agenzia di viaggi “Amazinig Tour & Travels” e quando i gentilissimi signori ci porgono i moduli da compilare per il visto tiriamo un sospiro di sollievo. Ma è quando ci hanno chiesto di sborsare i soldoni che tutto è cambiato.
Hanno cercato di farci pagare il visto cambogiano 1500 bhat (50$) invece degli effettivi 20$. Appena abbiamo provato a contrastarli, da amiconi sorridenti che erano si sono trasformati in canaglie ed hanno iniziato ad offenderci ed inventare ogni tipo di scusa per far in modo che comprassimo il visto da loro. Supportati dagli amici ecuadoriani, anche loro poco propensi a pagare, ci siamo impuntati e ci siamo fatti portare al confine dove siamo stati infine minacciati che se entro un’ora non avevamo il visto ci avrebbero lasciato a piedi.

Ore 13.00 – Thailandia :

(Stupidamente) Spaventati da quello che ci avevano detto, come in uno di quei film fatti di bombe, timer rossi e conti all’arrovescia abbiamo iniziato la corsa contro il tempo per ottenere il visto. Carichi come dei muli corriamo dentro all’ufficio dell’immigrazione dove veniamo accolti con nuovi moduli, diversi da quelli compilati precedentemente (chissà come mai?!).
Qui il prezzo è veramente 20$ anche se è caldamente suggerito aggiungere una “mancia” (100 bhat o 3$) per velocizzare la pratica e fare andare tutto liscio. In 5 minuti avevamo il visto. Due ragazzi in fila davanti a noi che non hanno sganciato la mazzetta stanno probabilmente ancora aspettando!
Il passo successivo è l’ingresso vero e proprio in Cambogia e qui le cose si sono complicate. La fila era spaventosamente lunga e sempre più terrorizzati di non farcela in tempo abbiamo iniziato a spiegare la nostra storia a tutta la gente e, tra la compassione di alcuni e i sogghigni di altri consapevoli che ci stavamo preoccupando per nulla, siamo riusciti a saltare buona parte della coda.

Ore 13.50 – Cambogia:

Ce l’abbiamo fatta!!! E con ben 10 minuti di anticipo. Ora non ci resta che aspettare (invano) che il pullman passi da questo maledetto portone e ci carichi. Ed è qui che abbiamo probabilmente raggiungiamo l’apice di tutta l’esperienza. Quattro disperati in mezzo ad una rotonda sul confine cambogiano, sotto un sole bollente a respirare polvere e smog senza idea di cosa stia succedendo.
Attorno a noi è qualcosa di surreale. Un mondo fatto di malessere e povertà, ma dove nonostante tutto un gruppo di bambine scalze trova ancora la voglia di giocare e di regalarti un sorriso sdentato che ti fa dimenticare ogni preoccupazione .
E’ solo alle 14.30 che ci arrendiamo e capiamo che quel autobus non passerà mai di qui, per un semplice motivo…non può! A quanto pare i bus thailandesi non possono entrare in Cambogia.
Ed è allora che iniziamo ad ascoltare tutte le persone che avevamo ignorato fino a quel momento: onesti addetti ai trasporti cambogiani che continuavano a ripeterci di prendere il pulman gratuito che ci avrebbe portato in stazione dove un altro bus ci stava aspettando e che non avremmo pagato nulla di più perché era già tutto organizzato.
Ed in effetti così è stato. Arrivati a questa piccola stazione dei bus dispersa nel nulla abbiamo ritrovato sbattute in un angolo le persone con cui abbiamo iniziato il viaggio, ma di quei maledetti nessuna traccia. Il prossimo tratto di strada infatti è a carico di un tour operator cambogiano.

Abbiamo vissuto gli ultimi anni della nostra vita in Australia, una terra dove tutto è trasparente e la maggior parte delle persone è onesta e cordiale. Essere catapultati in questa parte del mondo dove tutto è diverso da quello che sembra, dove non si sa mai di chi fidarsi e per ogni cosa bisogna contrattare fino alla morte, ti cambia. Ti fa perdere la fiducia nelle persone, ti riempie la testa di preoccupazioni e ti scombussola talmente tanto da non riuscire più a distinguere le cose importanti, come un sorriso sincero o chi veramente ha bisogno di un paio dei tuoi dollari per arrivare a fine giornata.

CONSIGLIO : Non pensate. Seguite le istruzioni: http://www.travelfish.org/feature/71
Se per qualche stupido motivo anche voi volete affidarvi a qualche pacchetto-viaggio-combinato, assicuratevi di un paio di cose: avere il visto prima della partenza, tenere copia (o foto) di tutti i documenti e ricevute di viaggio ed avere il nome e numero di telefono delle agenzie che si occupano dei trasporti. In Cambogia troverete anche persone “buone”, tipo la Tourist Police alla stazione dei bus, che faranno di tutto per aiutarvi.

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